adulti ancora a scuola

“Rivoluzione digitale, dati, informazione e comunicazione: le parole sono importanti”

In Adultiancoraascuola_blog siamo lieti di aprire le nostre pagine a Marco Tortelli. Chi è lo dice lui presentandosi. Ci piace che la nostra esperienza lo abbia invogliato a partecipare alla divulgazione di conoscenze. Come anche lui scrive,  meglio è non smettere d’imparare. Ci auguriamo che questo sia il primo di altri argomenti che Marco vorrà contribuire ad illustrare qui.
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Un saluto a tutti, mi chiamo Marco Tortelli e seguo da anni le vicende di Unitre Barga, seppur da posizione un po’ defilata. Ho apprezzato fin da subito lo sforzo di Sonia Ercolini allora coadiuvata dall’indimenticata Paola Stefani per far nascere e mantenere viva questa realtà che arricchisce la vita sociale e culturale della gente di Barga e più recentemente, grazie soprattutto ai racconti di mia suocera Mariella, sono rimasto affascinato dall’iniziativa Adulti Ancora A Scuola promossa dal professor Renato Luti.
Scorrendo le categorie presenti nel blog, mi sono accorto che per ragioni di lavoro o di studio quasi tutte mi toccano da vicino: credo talmente nell’educazione permanente da frequentare ancora l’università nonostante abbia passato da tempo la cinquantina; sono giornalista iscritto all’ordine dal 1991 (“scrivere e raccontare”,  “informazione”) e ho passato l’intera mia vita lavorativa davanti a un computer con incarichi anche molto diversi fra loro (“competenze digitali”): lavori di redazione per articoli e titoli, grafica e impaginazione per la stampa o per il web, progettazione e mantemento di banche dati … In definitiva, senza entrare troppo nel dettaglio, questo lungo preambolo aveva l’unico scopo di presentarmi e motivare l’intenzione di partenza di questo mio contributo, molto generico, che spero possa interessare a qualcuno.
Vorrei quindi concentrarmi su una serie di vocaboli che affollano le mie e le vostre giornate e ai quali, forse, spesso non dedichiamo l’attenzione che meritano dandoli un po’ per scontati.
Il primo di essi è “digitale“, arrivato a noi dall’inglese “digit” (cifra) a sua volta ereditato dal latino “digitus”, cioè dito: la parte del nostro corpo che usiamo per contare i numeri. Da un punto di vista linguistico, “digitale” può essere definito un prestito di ritorno, cioè una parola tornata a casa (in Italia) con un significato nuovo, dopo esser passata da un’altra lingua (l’inglese) che a sua volta l’aveva presa in precedenza da noi (dal latino, per la precisione, per cui a voler esser pignoli sarebbe più corretto parlare di anglolatinismo, invece che di prestito di ritorno).
Ma cosa significa digitale nel linguaggio contemporaneo? In estrema sintesi, che ogni tipo di informazione viene codificata (cioè tradotta) in una serie di numeri appartenenti a un insieme prestabilito. Nel caso degli attuali computer (ma in futuro potrebbe non essere così), ogni informazione viene codificata in una serie più o meno lunga composta da 0 o da 1 per ogni cifra della serie.
Claude Shannon (foto di Konrad Jacobs)

I due concetti appena espressi, cioè quello di informazione e quello di codifica binaria (0 oppure 1), ci costringono a fare la conoscenza con uno scienziato sicuramente meno noto al grande pubblico rispetto a Galileo Galilei, Isaac Newton o Albert Einstein, ma forse altrettanto influente (se non di più) sulla nostra vita di tutti i giorni: Claude Shannon.

A Shannon si deve infatti l’idea di utilizzare il sistema binario sia per la codifica che per la trasmissione dell’informazione e, più in generale, una teoria matematica della comunicazione, un modello fisico del percorso dell’informazione le cui ripercussioni vanno ben al di là del campo dell’informatica nonché, come conseguenza di queste due acquisizioni (la teoria e il modello), la nascita di quelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT, dall’ inglese information and communications technology) che costituiscono l’ossatura dell’attuale società. Una società che ormai, per usare una felice definizione utilizzata nei suoi libri dall’ex ministro spagnolo Manuel Castells, potremmo definire società in rete, vista la pervasività di internet nelle nostre vite.
Riassumendo in poche parole, si potrebbe dire che grazie a Shannon (insieme a molti altri prima e dopo di lui, a dire il vero) si è capito che ogni informazione poteva essere rappresentata da una sequenza di numeri, cioè digitalizzata, e che questa sequenza poteva essere trasmessa da un punto all’altro del pianeta in modo più o meno sicuro e affidabile.
Ma in che senso il passaggio al digitale ha rappresentato una rivoluzione, come si sente dire spesso anche se, non a caso, negli ultimi anni si preferisce il termine più rassicurante di transizione? Sicuramente non è questa la sede adatta per approfondire l’argomento data la complessità e la vastità del tema, ma è comunque da tener presente che la parola rivoluzione porta con sé un carico legato al concetto di ideologia. Si può discutere se il digitale sia omeno un’ideologia (e infatti la discussione nel merito è piuttosto animata), ma di certo è una rappresentazione del mondo, anzi: la rappresentazione del mondo attualmente più diffusa in ogni settore. Transazioni finanziarie, processi industriali, film, musica, libri … quasi tutto oggi sono tradotti da una macchina in una sequenza numerica e spediti tramite una rete di macchine (tipicamente internet) fino a destinazione, dove un’altra macchina tradurrà nuovamente quella sequenza di 0 e 1 a seconda dei suoi scopi, trasformandola ad esempio in una trasmissione televisiva, in un bonifico bancario o nel comando di accendere il riscaldamento di casa prima di essere rientrati.
Questo processo apparentemente lineare si porta dietro alcune conseguenze non da poco. Anch’esse, come abbiamo detto a proposito del concetto di rivoluzione, meriterebbero ben altri approfondimenti, ma qui non possiamo che limitarci a un breve accenno buono giusto per stimolare la curiosità o la riflessione:
1) Le cose che ci si presentano davanti nel mondo digitale non sono le cose stesse, ma una loro rappresentazione numerica che, per quanto fedele, sarà sempre una approssimazione.
2) Questa rappresentazione numerica può essere letta da dispositivi molto diversi fra loro. Un esempio: fino a pochi anni fa, il nostro gruppo musicale preferito registrava un disco in sala di incisione su un nastro grande come una pizza; a partire da quel nastro venivano fabbricati oggetti come compact disc, dischi in vinile o audiocassette che poi noi ascoltavamo rispettivamente tramite lettori cd, giradischi o mangianastri: per ogni prodotto, il suo dispositivo. Adesso, la stessa musica viene tradotta in una sequenza numerica e quella stessa sequenza numerica può esserefacilmente trasmessa e riprodotta da svariati dispositivi: lo stereo di casa, il computer o il telefonino, con tutto quello che comporta sia sul piano della produzione che su quello del consumo. È uno degli aspetti della cosiddetta convergenza in ambito multimediale.
3) Quella stessa sequenza di numeri può essere codificata, trasmessa, ricevuta e decodificata (cioè interpretata) da macchine senza bisogno dell’intervento dell’uomo, nel dominio dell’internet delle cose, cioè – si legge su Wikipedia – “l’estensione di internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti, che acquisiscono una propria identità digitale in modo da poter comunicare con altri oggetti nella rete e poter fornire servizi agli utenti”. Per farla breve, macchine che parlano fra loro senza bisogno dell’intervento umano.
4) Per poter comunicare fra loro senza bisogno dell’intervento umano, le macchine devono essere dotate di alcune capacità di scelta che tradizionalmente eravamo abituati ad associare all’intelligenza umana. E qui si sconfina nel territorio dell’intelligenza artificiale, della quale si parla e si sparla un po’ ovunque in questi giorni.
Chiusa la divagazione, vorrei concentrarmi su un ultimo termine spuntato fuori spesso in questo mio intervento: informazione. In realtà, i termini rimasti da approfondire sono due: informazione e comunicazione, a volte usati come sinonimo forse con troppa leggerezza, ma di questo parleremo in chiusura.
L’origine della parola informazione, come è facile intuire, ha a che fare con l’idea di dare forma… a un’idea, verrebbe da dire per il gusto di fare un gioco di parole. E non andremmo troppo lontano dal vero. Per semplificare e, visto l’argomento che stiamo trattando, diciamo invece che informare significa dare forma a un dato, intendendo per dato il più piccolo mattoncino che vogliamo trasportare da noi fino al destinatario. Nel mondo di 0 e 1, che a questo punto dovrebbe esserci familiare, il dato è appunto lo 0 o lo 1. Siccome però anche il sistema binario è un sistema di numerazione posizionale come il sistema decimale che usiamo tutti i giorni (dove una stessa cifra può rappresentare le centinaia, le decine o le unità a seconda della sua posizione), 0 o 1 avranno un diverso significato a seconda della loro posizione in un certo contesto. In definitiva, si può quindi dire che l’informazione è un dato inserito in un certo contesto. E che assume un significato proprio per la conoscenza delle regole del contesto condivise sia dal mittente che dal destinatario. Se ci pensate, è un po’ quello che facciamo anche quando parliamo: ho in mente un’idea o un’immagine, la traduco nella forma di una serie di suoni secondo una convenzione condivisa sia da me che dal mio interlocutore (la lingua italiana), la spedisco attraverso un canale (l’aria) sperando arrivi a destinazione senza troppi intoppi e se tutto è andato liscio, al termine del percorso il mio interlocutore potrà decifrare il dato che gli ho spedito e trasformarlo in informazione, cioè in un dato che assume un suo significato proprio perché inserito in un determinato contesto (in questo caso la lingua italiana).
A dire il vero, ci sarebbero altri due elementi da considerare se volessimo dare ancora più valore a una informazione: la conoscenza (cioè la capacità di ricavare ulteriori significati da un’informazione grazie alla nostra più ampia esperienza del mondo, non limitandoci cioè a valutare l’informazione nel suo specifico contesto) e la saggezza (cioè la capacità di fare le scelte migliori in base ai dati, alle informazioni e alle conoscenze in nostro possesso). Il modello concettuale, cioè lo schema, è quello di una piramide i cui quattro gradini sono appunto (dal basso verso l’alto) i dati, l’informazione, la conoscenza e la saggezza: ogni gradino si appoggia su quello precedente; ogni gradino risponde a domande diverse, via via più difficili man mano che si sale.
Chiusa l’ennesima parentesi, una volta stabilito a grandi linee cosa sia un’informazione, è venuto il momento di vedere quali sono le differenze fra informazione e comunicazione: due termini che come abbiamo detto sono usati spesso come sinonimi, ma che in realtà non lo sono.
Anche in questo caso partiamo dalla parola stessa: senza bisogno di conoscere il latino, viene spontaneo associare il verbo comunicare

all’attività di mettere in comune qualcosa. Mettere in comune presuppone certamente avere qualcosa da portare (come ad esempio un’informazione da condividere), ma è un’attività più complessa che necessita della partecipazione di tutti i soggetti coinvolti: trasmettere un’informazione (informare) è una attività a senso unico, partecipare a una discussione, dove i ruoli di emittente e ricevente non sono più definiti ma interscambiabili, è tutto un altro discorso. Ed è proprio grazie a questo continuo scambio di ruoli e alla partecipazione di ognuno che si viene a creare uno spazio comune fra i partecipanti; uno spazio del quale gli stessi partecipanti sono responsabili con le loro azioni: si può farlo crescere insieme, oppure distruggerlo. E per distruggerlo “basta una persona che si monta la testa” ed “è finita la festa”, come cantavano Cochi e Renato in una vecchia canzone.

Da quanto detto finora, dovrebbe risultare evidente che informare è fondamentalmente un’attività tecnica che coinvolge un emittente e un destinatario, un codice conosciuto da entrambi e un canale attraverso il quale recapitare il messaggio a destinazione. Comunicare è invece un’azione prettamente politica: ognuno di noi deve dare il suo contributo per mantenere vivo lo spazio “comune” senza il quale non è possibile parlare di comunicazione. E questo, almeno per il momento, è un compito che non possiamo delegare a nessuna macchina.
P.S. Arrivato in fondo, mi sono accorto di aver commesso il peccato originale di cui parlavo a inizio intervento: non ho detto niente a proposito del termine “informatica”. Rimedio in extremis dandone la definizione da manuale (“l’informatica è la scienza che si occupa del trattamento automatico dell’informazione”) e il classico link alla voce Wikipedia (altro argomento che sarebbe divertente approfondire): visto quanto ci siamo detti fino a qui e considerato che molti di voi avranno frequentato le lezioni di informatica pratica del professor Renato Luti, non credo ci sia altro da aggiungere.

3 Risposte a ““Rivoluzione digitale, dati, informazione e comunicazione: le parole sono importanti””

  1. Grazie Marco per il tuo articolo e, spero, per quelli futuri. In questo periodo per me influenzale lo sto leggendo e rileggendo al di fuori delle corse frenetiche (di testa e di gambe) che caratterizzano il periodo natalizio. Ad ogni lettura si acquisisce qualcosa di più e si accende un lumino di maggior conoscenza e consapevolezza. Il fatto che il digitale è la rappresentazione del mondo attualmente più diffusa e che è una traduzione (codifica) in una serie di numeri trasmessa, ricevuta e poi decodificata cioè interpretata e che il mondo digitale non necessariamente coincide con quello reale e non è l’unico mondo possibile ( Ci fagociterà?) beh, devo dire , ha dato un pizzicotto cerebrale alla mia tecnologica ignoranza. IN Informazione e comunicazione mi è piaciuto molto leggere la comunicazione come un mettere in comune e che quindi necessita della partecipazione di tutti i soggetti coinvolti e che crea uno spazio del quale i partecipanti sono responsabili con le loro azioni, beh! mi sembra che tu parli dell’informatica pratica del prof. Luti Spero che possiamo farla crescere insieme e insieme ad altre persone che possano apportare vivacità e visioni diverse del mondo cosa, secondo me, oggi indispensabile.

  2. Grazie per il tuo commento, Emma.

    In realtà ci siamo già incontrati almeno un paio di volte: ricordo di aver partecipato a una splendida lezione sul Museo delle Rocche e Fortificazioni tenuta da Laura Risaliti a Gallicano e a una visita del vostro gruppo organizzata dalla stessa Laura al museo di Barga che poi le è stato giustamente (a mio parere) intitolato.

    Io tengo molto in considerazione le parole di mia suocera, perché secondo me spesso vede cose che io non vedo e – cosa che non guasta, specialmente in questi tempi di “hate speech” dilagante – riesce sempre a esprimere con garbo le proprie posizioni. Anche nella frase che hai riportato (“mi si è aperto un mondo”), con poche parole è riuscita a centrare il punto: il digitale è letteralmente un mondo; non necessariamente coincidente con quello reale, non l’unico mondo possibile. Come spero di aver raccontato nel mio articolo.

    Un caro saluto.

  3. Piacere di conoscerti Marco!!!!!
    Sono Emma, vengo da Gallicano, a pochi chilometri da Barga, e frequento anche L’UNITRE del mio paese. Sono piombata nel corso d’Informatica Pratica del Professor Luti durante il lock down. Mi interessava conoscere di più questa “finestra” e per descriverla meglio, uso le parole di tua Suocere “mi si è aperto un mondo”. A dire la verità dopo la seconda lezione mi sarei ritirata dal corso perché non capivo niente del linguaggio tecnologico, ma ho resistito, ed ho “ingranato” nella materia e sono molto contenta di far parte del gruppo di Studenti di AAAS.
    Mi affascinano le tante parole che hai usato e spiegato nel tuo blog, i termini nella piramide sono un bel obbiettivo. Il mio motte è sempre lo stesso da anni “C’è SEMPRE DA IMPARARE”.
    GRAZIE MARCO, per aver seguito la nostra esperienza, spero di incontrarti un giorno per una lezione.
    Buon lavoro!!!

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