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adulti ancora a scuola

Maria Ilva e il befanotto

In questi giorni di avvicinamento alle Festività tranciate da Coronella Parassita, due segnali di inversione di tendenza sono apparsi. Nel paesino di Barga e nella piccola Italia. Di quelli che fanno crescere. Il primo accadimento è un vero passo avanti. Il secondo è un passo indietro ma una marcia di ripresa del cammino democratico e di inclusione nel mondo della scuola e della famiglia.

La giornata era assai bella nel Paese delle Mascherine, e tanti, al di fuori dalle ore del lavoro usuale, si dedicavano a far qualcosa all’aperto prudentemente e distanziatamente. Andando verso Barga, come un Babbo natale sulla slitta con le renne, il Chi Racconta incontrava solitari cicloamatori, podisti, gente che passeggiava sotto gli ultimi raggi del sole delle tre del pomeriggio. Si avviava con una certa contentezza dentro verso quella casa, tutto era organizzato. La Maria Ilva (nomi di comodo, benché il fatto sia reale!) l’aspettava, aveva già acquistato la sim e sospirava per potersi vedere all’opera, a manovrare la nuova apparecchiatura. Ci voleva qualcuno che le desse i primi rudimenti.
Era dietro i vasi, aiutata dall’Alfredo che faceva il grosso, lei più che altro sorvegliava e dava indicazioni, ai suoi ordini il vicino di casa eseguiva ed i vasi da fiore si piazzavano ravvivati via via su per le scale che portano all’appartamento della Maria Ilva. “Un po’ di colore e di fiori mi ci dicono anche tra il cemento delle scale, a me che son cresciuta nei poderi del Candino a due passi sopra la Corsonna. Qui i miei fiori, e quando alzo lo sguardo davanti a me la Pania. Un respiro profondo e mi dimentico di alloggiare in un condominio. Vieni!”
Così lei interruppe la supervisione su fiori e vasi e lo accolse come il portatore di doni, anche i dolcetti infine gli offrì, come si fa nella tradizione barghigiana ai befanotti, che annunciano l’epifania e ti cantano la befana.

“Dunque è questo, è touch, va con la rete, di postemobile, e anche col wifi che hai in casa o che trovi altrove.”  Gli chiese d’andar calmo e di farle capire bene.
Per lei era un salto generazionale quello che stava avvenendo tra le sue mani e nella sua testa, ci sarebbe voluto tatto, incoraggiamento e semplicità.
«… Home come l’inizio, come il desktop del pc che usi per il corso Informatica Pratica, tocchi qui al centro e sempre torni all’inizio, attenta che dopo due minuti di inattività si spenge, cioè va in standby, ma non ti preoccupare, tocchi il pulsante di accensione e tutto riappare. Icone come app o parti del sistema dello smartphone.»
Lei, la Maria Ilva, seguiva, si vedeva che capiva e dopo un po’ di spiegazioni si ritrovò, anzi quasi reclamò, il telefonino multimediale nelle sue mani. È una tosta, in certi campi arretrata per scelta, “insomma quelle son cose che non appartengono alla mia generazione, non ho saputo mai cosa farne. C’ho il mio piccolo nokia e questo mi basta. Anzi mi è bastato…”.

Noi di Adulti Ancora A Scuola sosteniamo che giovani, adulti e anziani non siano di generazioni diverse, ma della stessa generazione, nel senso che si vive tutti nel presente assieme e si aspetta il futuro, non il passato. Di età diverse ma contemporanei, nell’oggi. Quindi mai autoescludersi! Questo è il consiglio. Ci pensano già altri a separare, a distinguere, a dividere, ad alzare muri. AAAS (Adulti Ancora A Scuola) agisce per l’inclusione e la diffusione della conoscenza a qualsiasi età, latitudine e condizione sociale.

Anche l’Alfredo poi disse che il telefono l‘aveva buttato via, non aveva voluto sapere di prenderne un altro e che … non avrebbe potuto aiutare la Maria Ilva: per i fiori si, ma per i telefonini e quelle cose lì niente da fare.
Invece lei aveva scelto di fare un salto generazionale, anzi adesso dovremmo dire di “rientrare in generazione”, di non vivere col passato. Chi può e ne ha le facoltà è opportuno, è bello che si tenga al passo coi tempi.
“Allora qui c’è il telefono, i contatti, poi i messaggi, gli esseemmeesse, qui l’icona dice messenger, ogni marca di telefonino li organizza con icone o nomi che possono differire ma poi sono pressochè la stessa cosa, basta saperlo. Ochei. Questo è internet, ma ci vado anche con google, qui, e questa figurina è gmail, poi c’è whatsapp, che mi serve per il gruppo di Informatica UNITRE col Luti… Poi che mi serve? Non dirmi altro. Per adesso bastano poche cose, poi imparerò le altre. Allora, se mi dici che non serve spegnerlo, come faccio a silenziarlo quando sono in chiesa o ,chessò, dal dottore o quando torneremo alle conferenze e alle lezioni in presenza?… Bene, ho inteso. Ma mi ricorderò tutto?”.

Nelle cose e negli apprendimenti basta praticarli e poi tutto si impara. La fatica sfocia in soddisfazione. Maria Ilva lo sapeva. Ma costa tempo aggiornarsi e magari tra chi è rimasto indietro c’è chi tempo non ne ha e neppure gli viene voglia di prenderselo, anche perché poi potrebbe non trovare chi gli insegna incoraggiandolo se non intendesse. Molti adulti sono schivati da figli e nipoti perché non sanno certe cose, e se non avviene proprio questo sicuramente tra loro la comunicazione non sarà completa, ci saranno delle aree di conoscenza delle quali non si accenna; e non si tratta di segreti e cose intime: si tratta dell’uso del pc, dello smartphone, insomma si tratta di cose del valore del leggere e dello scrivere di una volta,  unico sapere utile e universale per non essere ignoranti ed esclusi fino agli anni ’80-’90 (Il primo microcomputer a processore è del 1975). Attualmente saper leggere, scrivere e far di calcolo vanno di pari passo all’uso di un pc, un tablet o di uno smartphone (telefono multimediale). Chi non sapeva leggere e scrivere era ignorante, si diceva. Adesso è ignorante chi non sa/può/vuole usare un pc o uno smartphone, che sia giovane o adulto o vecchio! Questo non è un giudizio discriminatorio, è una constatazione, e nella maggioranza dei casi queste persone trovano altri che (menomale che ci sono) fanno per loro le operazioni necessarie che servono al giorno d’oggi, perché le cose camminano sempre più soltanto in digitale. Tanto è reale questo che oggi sei cittadino perché hai una identità digitaleche tu lo voglia o no, anche la tua prossima carta di identità sarà una cartina digitale, come è digitale l’altra cartina che tanto usi come la tessera sanitaria col codice fiscale.

Di tutto questo si era accorta Maria Ilva e per questi motivi, da coscienziosa adulta “ho deciso di passare al digitale”, e sorrideva mentre diceva che frequentare i corsi di informatica pratica le aveva aperto la mente “a queste cose nuove per me”.
Ciao, ci sentiamo domani, anzi ci vedremo domani nella lezione in videoconferenza, disse il Chi Racconta alla Maria Ilva, scendendo le scale.
Nel Paese delle Mascherine gli adulti possono iscriversi a corsi  dei nuovi linguaggi: informatica e inglese. Con UNITRE_Barga. Col covid e con le zone rosse e i distanziamenti sono adesso a distanza, via web.

Lui, il Chi Racconta, si era congedato soddisfatto e si era fatto tardi, il sole era tramontato, tornava a casa sua non con la slitta e le renne, ma con la panda. Click ed accese la radio. “SCUOLA PRIMARIA, ADDIO VOTO IN DECIMI DAL 2020/21”.  Il notiziario si apriva con questo annuncio. “Cosa sta capitando in piena pandemia?”, gli frullò nella testa. Ma era una notizia che lo riempiva di soddisfazione. La seconda svolta positiva della giornata.

Dall’altoparlante continua il notiziario: “L’emendamento prevede che nella scuola primaria i bambini non possano essere considerati dei numeri. Dare un 4 può essere un macigno pesante da comprendere mentre una valutazione più complessiva prende in considerazione le caratteristiche del bambino…” Finalmente! Era l’ora di tornare indietro! Questa volta tornare indietro significa andare avanti, anzi tornare avanti, come gli adulti ancora a scuola. Sì, perché il giudizio tiene conto della specificità e della individualità di ogni singolo bambino, mentre il voto numerico livella e rende tutti uguali, e se ci sono delle motivazioni dietro quel voto non si vedono e non si dichiarano.
E sulla panda verdolina che saliva verso casa rimuginavano i pensieri. Un giudizio descrittivo rispondente alla reale situazione dell’alunno durante il corso del suo cammino scolastico è utile alla sua crescita ed alla riflessione dei genitori; nella fascia dell’obbligo scolastico, in piena crescita e sviluppo delle abilità di bimbe e bimbi è necessario osservare quello che ognuno fa, come si comporta, come reagisce alle sollecitazioni che gli provengono dall’ambiente scolastico. E scrivendo il giudizio di valutazione (e leggendolo) si costruisce un dialogo tra due delle comunità educanti essenziali della vita: la scuola e la famiglia.
Continuando a guidare, il Chi Racconta ripensava: era dall’anno scolastico 2008/2009 che erano stati reintrodotti i voti nella valutazione degli apprendimenti degli alunni mediante l’attribuzione di voti espressi in decimi. Per lui era stata una sciagura! Ha fatto male a tutti. La scuola e la famiglia sono cambiate in peggio, in presunzione, in rivalità, in decadimento riducendo comprensione e dialogo.
Ha fatto male agli insegnanti perché il voto spinge a misurare su valori astratti o presunti, e non porta l’insegnate a coltivare la osservazione, la preoccupazione e l’aiuto verso lo scolaro come persona che cresce, che va accompagnata finché spicchi il volo; il voto non necessita di considerare la scuola come un ambiente in cui vivono le ragazze e i ragazzi e che è influenzato da altre variabili sia psicologiche che socio-economiche. Il voto tende ad assolutizzare e il docente ne diventa il metro, mentre per il genitore guardando il voto è immediato paragonare il proprio figlio agli altri ragazzi della classe e così smette di guardare a come cresce per giudicarlo con il voto che gli insegnanti gli danno. Il figlio diventa spesso per i genitori la pedina che vorrebbero spingere al voto più alto, quello conta, e il sorriso sparisce se il voto è basso: il voto più alto vale il premio, vale l’orgoglio di genitore.
E passano in secondo piano la personalità, lo stile di apprendimento, le aspirazioni, le frustrazioni, le passioni e gli odi che il figlio/la figlia ha e che un genitore (ed un maestro o professore) dovrebbe considerare per accompagnare verso la migliore crescita i figli e per non lasciare spazi di incomunicabilità in cui si insinuano i mali peggiori che i giovani incontrano per la strada e con cui fanno spesso amicizia: la violenza, il bullismo, la droga e l’anoressia. Dopo è sempre colpa degli altri!

 

3 Risposte a “Maria Ilva e il befanotto”

  1. buon giorno Professor Luti e Mariella
    ho letto molto volentieri il racconto. Mi ha fatto subito venire in mente i miei zii in Melbourne. Loro sono di una generazione prima della mia e sono più di trent’anni che comunicano attraverso pc. ed ora anche con lo smartphone. Ci chiamavano by skype. La cosa più curiosa è che ne avevano uno per uno di pc, perché non si accontentavano di averne uno solo in casa. La mentalità ci influisce tanto per voler andare avanti con i tempi. Non bisogna mai dire “tanto a me non serve” serve e come…anche solo per la possibilità di poter parlare dello stesso argomento con i propri nipoti, e non figurare da analfabeta in questo genere. Continuiamo con la volontà di essere aggiornati su tutto………..Abbiamo anche imparato varie piattaforme online per riunirci e di confrontarci .
    sono molto contenta di partecipare al corso d’informatica perché il mio motto è………
    ……..”perché ce’ sempre da imparare!!!”
    Grazie Professor Luti per le lezioni…….

    a presto……merrry Christmas and a happy new year……

  2. Grazie Mariella,
    il mio impegno per una cultura circolante e circolare senza baroni è dai miei 18 anni che lo applico.
    A 18 anni e pochi mesi detti il concorso per la abilitazione magistrale. Lo superai e poi rinunciai al posto fisso per continuare gli studi, ottenendo il presalario (come una borsa di studio) dopo il concorso per entrare alla Università di Firenze. In casa mia non c’era ancora la lavatrice. Per lo più d’estate: facevo lezione gratis e lavoravo come allora si poteva con lavoretti saltuari per mantenermi meglio allo studio e pesare meno sulla famiglia.
    E mi piace che ogni persona possa aprirsi a nuove conoscenze, a nuove opportunità. Io son dell’idea che la comunità funziona bene se se è accogliente e ti permette di accrescere il tuo sapere e le tue abilità per tendere al mito del proverbio “chi fa da sé fa per tre”. …

  3. Buongiorno prof. e grazie davvero per l’insegnamento, l’attenzione, l’entusiasmo ma soprattutto la “fiducia” che ci trasmetti e, vista la nostra età (solo anagrafica!) ci inviti ad allargare come le onde generate da un sasso gettato nello stagno…
    Mi viene spontaneo il parallelo con il Maestro Mansi di “Non è mai troppo tardi”
    Grazie
    Mariella

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