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adulti ancora a scuola

Festeggeremo anche il Carnevale.

Quando arriva il nuovo anno di solito siamo carichi di speranze, propensi a fare cose nuove, augurandoci di aver lasciato alle spalle momenti sgradevoli se ce ne fossero stati.
Questa volta invece sapevamo bene che l’anno che ci aspettava non sarebbe stato facile, tanto meno normale.
Guardare al futuro è di per sé lo scopo del festeggiare; sennò, perché avremmo mantenuto quella festa?
Nel Paese delle Mascherine lo abbiamo fatto perché festeggiavamo la scienza! Per istinto o per consapevolezza abbiamo voluto festeggiare accompagnando e sostenendo la protagonista della fase attuale della nostra esistenza da Mascherinati, la scienza: è grazie a lei che possiamo guardare al futuro con maggiore fiducia.
Ci sono due cose che nell’era del Sars-CoV2 siamo stati spinti a rivalutare in meglio: il potere della ricerca scientifica di salvarci e l’importanza di affrontare uniti le difficoltà. Nonostante le tante storie senza lieto fine che ci trasciniamo dietro, anche in questi giorni che ci portano nell’Anno Secondo della Pandemia. E al Carnevale 2021.
Come in una inchiesta continua ci stiamo domandando quanto e come questa dannata/d’annata situazione stia cambiando i nostri atteggiamenti, quelli dei bambini, quelli degli adolescenti, quelli delle persone in generale nel Mondo delle Mascherine.

Nel Bel Paese si è spinto per usare una parola straniera, locdaun (lockdown). Perché? Abbiamo sentito dentro di noi nella parola confinamento qualcosa che ci proveniva dalla logorosa storia del recente passato? Chissà, forse anche questo. Ma poi abbiamo dovuto fare i conti con la sostanza: anche stavolta un regime speciale ha ridisegnato i confini della socialità e della espressione libera e libertaria. Cambi il sinonimo: da confinamento a lockdown, ma la sostanza resta: il chiavaccio è stato girato! Così direbbe il carceriere Coronella.
E quando si limitano le libertà poi ci sono le reazioni. Anche le ribellioni.
La reazione più elementare è stata cercare di capire e cercare di obbedire: abbiamo messo nuovi paletti, abbiamo disegnato nuovi confini, tra noi e gli altri, ma anche tra noi e noi.
– I confini tra noi e gli altri si sono con poche resistenze misurati con le nuove distanze: un metro, un metro ottanta, due metri, comunque due stanze, di(=due)stanza di sicurezza. 
Non abbiamo avuto niente da ridere, anche se la ironia e la satira è una medicina che lenisce le strozzature della vita. Invita a superare le disgrazie.

Poi la situazione è peggiorata ed allora nessuno si è prodigato a cercare una parola straniera da usare come scaramanzia e ganzata. Coprifuoco! Anche gli scettici dovevano udire che eravamo in una guerra.
Simbolicamente o storicamente l’acqua è una protagonista della presa di distanza (dal virus), lavarsi le mani! E a chi è venuto in mente di somigliare a Ponzio Pilato?
– I confini tra noi e noi. Pensarci, obbedire, temere, incrociare le dita, chi non ha voluto in qualche modo non pensare al casino nel quale ci stavamo trovando?
Chiusi in casa, chiusi gli spostamenti, chiusi i con-tatti: non toccar niente, evita di toccare. Da qualsiasi parte ormai vai hai la sensazione che più tieni le mani al …. e meglio sarà. 🙂
Insomma la chiusura è entrata (!) dentro di noi, l’atteggiamento di chiusura a poco a poco ci modifica il carattere: forse riflettendo molti di noi lo notano, tuttavia gli osservatòri del comportamento lo denunciano come una nova conseguenza del tempo della pandemia: chiusura e rimozione.
Di solito di fronte a qualcosa che fa paura ci ripariamo, ci chiudiamo.
E poi: “dai, non aver paura, non ci pensare, vedrai che ti passa”, insomma arriva l’invito a rimuovere il pensiero cattivo, come per rimuovere il male che abbiamo davanti. Dai e dai ancora e allora si comprende anche come si diventa negazionisti, per partito preso si nega la realtà.
Ci sono anche altri modi per negare la realtà, cioè per mettere in atto il comandamento della distanza. Uno in particolare è quello del chiudersi nel mondo digitale (che ironia, anche questa parola inizia per di, ma stavolta si riferisce a dito) che è fatto con le dita, ma è per lo più incorporeo, intoccabile, inavvicinabili dato che i suoi contenuti sono a distanza. Ma chi chiuso in casa si allontana dai contatti reali e si immerge nella comunicazione a distanza, anche detta virtuale (che di virtù non so che abbia, se non nel senso di forza, forza di attrazione, forza che va aldilà dei tuoi confini …)  si nega alla concreta comunicazione e vicinanza e si fa un mondo tutto suo in cui se le fa e se le gode. Se gode. E a volte accade, nella situazione di confinamento e coprifuoco restando a casa, che uno va fuori…  di mente.
Certo a dirlo così sembra irriverente, ma raccontar la realtà con ironia ce la fa veder meglio, come dall’esterno. Senza oddio-oddio e senza mammamia. La realtà concreta rimane tale comunque tu discorra e tu aggiusti le parole. La chiusura e la rimozione sono due fenomeni psicologici concreti che in qualche dose coinvolgono tutti noi, gli osservatori raccontano che nel Paese delle Mascherine aumentano e si diffondono in qualsiasi cespo di età.
Il Coronavirus non è solo una patologia fisica che colpisce chi ne viene aggredito, esso porta con sé una sfilza di conseguenze psicologiche al di là della infezione: la paura, la solitudine, il senso di abbandono durante il confinamento in casa o in caso di ricovero in ospedale. La situazione attuale di pandemia mette a dura prova uno degli aspetti più importanti per la nostra salute psicologica cioè il saper affrontare le proprie emozioni.  
Un evento imprevisto che sta portando scossoni al nostro mondo interiore, alla nostra psiche. E per ognuno…  ogni caso è a sé stante.
Le misure restrittive del regime speciale in cui noi cittadini viviamo, ma anche le procedure che sono oggetto di continuo e faticoso cambiamento, generano un senso di imprevedibilità e impermanenza.
Tutti facciamo parte di questa storia.
E facciamo fatica ad adattarci, siamo continuamente chiamati a elaborare cambiamenti, in ambito lavorativo, sociale, sanitario e personale, quindi anche nell’ambito del piacere, dello svago, delle relazioni interpersonali che inevitabilmente risultano mortificate.
Sulla nostra psiche influiscono immediatamente le conseguenze molto concrete della sospensione del lavoro e del crollo della economia, in particolare di quella che ci riguarda personalmente e che in molte situazioni matura scenari di disperazione per l’incertezza del futuro.
Il lavoro: andare a lavorare è anche un modo per dare senso alla vita e alla dignità personale, per sentirsi utili, costruttori ognuno delle proprie scelte, con il lavoro ci si alza la mattina e costruiamo la nostra giornata; il lavoro non riguarda soltanto l’aspetto di sostentamento economico.

Quando la pandemia sarà terminata …
Nel Paese delle Mascherine si racconterà che avremo fatto un viaggio nel tempo, un viaggio che ci avrebbe fatto comprendere ciò che stavamo già capendo da anni ma non ci decidevamo a scegliere!
Davvero cambieremo marcia, noi nel mondo del dopo mascherine?

Questa parte scriviamola a più mani:
“Se ci sarà, cosa sarà per voi una nuova normalità?”

2 Risposte a “Festeggeremo anche il Carnevale.”

  1. Credo che la nuova normalità sarà veramente una normalità NUOVA : probabilmente verrà ridimensionato il desiderio di viaggiare, conoscere il mondo e il diverso da noi. Forse sarà più un cercare di ritrovarsi e quindi un viaggiare tra paesi simili che si riconoscono per storia, abitudini e stili di vita; mi auguro che ciò porti a una maggior connessione e comprensione fra la gente della Comunità Europea.
    Tutto dipenderà molto dall’andamento economico. Si spera in un più facile accesso al lavoro ma….quale tipo di lavoro? Condizionerà la vita futura a partire dalle prospettive di figli e nipoti : si cercheranno competenze certe e reali più che titoli di studio dati dal consueto percorso scolastico. La scuola di sicuro dovrà cambiare metodi e programmi, impegnare risorse e promuovere dibattiti e discussioni pubbliche sulle finalità da ricercare. Vorrei che i ragazzi crescessero con la “grinta” (ne avranno molto bisogno) non la grinta dell’arroganza, ma quella della consapevolezza di ciò che si sa o non si sa e si vorrebbe sapere. Non sono d’accordo su quel concetto che ritrovo spesso della “raccomandazione”: non è così generalizzata e non vorrei che i giovani la usassero come scusa per chiudersi in se stessi, per non provare, per non imparare a esprimersi e a chiarire ciò che vorrebbero essere e fare. Non è facile poichè conta molto l’esperienza vissuta : in famiglia, fra i compagni e nella scuola che tanto può fare per spingerli a tirar fuori e far fruttare le loro capacità.
    A noi, in tarda età (è un eufemismo), rimane la speranza di “scavicchiarsela” e il timore per quello che il nostro già scarso futuro ci prospetta. Bando alla tristezza! Torneremo prima o poi intorno a un tavolo tra amici e compagni di avventura informatica, ringraziando il prof che, con determinatezza, costanza e santa pazienza ci aiuta a connetterci e a superare le frustrazioni ,numerose e spiazzanti del periodo Covid..

  2. ……..parlando della pandemia non posso non dare uno sguardi ai nostri ragazzi, i nostri studenti di tutte l’età. Dalla mattina alla sera sono stati messi in casa, si, posso anche usuare la parola “rinchiusi” in casa. Non hanno rivisto i loro compagnii di scuola, insegnanti ed anche i parenti con cui avevano una stretta relazione. Niente sport, niente gite. Si sono dovuti adoperare con mezzi tecnologici per seguire le lezioni online. Se erano fortunati avevano fratelli e sorelle per giocare, per confrontarsi,per scambiarsi opinioni ed anche per fare una bella litigata e scaricare tutte le novità che li erano capitate in questo straordinario periodo.
    Nelle casa era entrato anche la modalità dello “smart-working,” non so quanto “smart” possa essere,. “Smart”in inglese significa “intelligente”. Si sono dovuti improvvisare un ufficio, in un angolo di casa. Le ore lavorative erano le stesse effettuate come fuori casa. Non c’era l’orologio che scandiva una piacevole pausa caffè con i colleghi/e. Tutto era li, rinchiuso in casa.
    Relazionare è contatto, confronto, complimentarsi, discutere. Tutto questo ci è mancato. E’ una ferita nella nostra psiche che si rimarginerà con fatica.
    Voglio pensare che l’energia di un abbraccio ci aiuterà a ritornare alla nostra vita “normale”…

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